Idrogeno dagli scarti alimentari. All'Environment Park di Torino entra in funzione l'unico impianto europeo che produce idrogeno dalla biomassa.

Noi mangiamo e loro producono H2, questa è la realtà che si vive a Torino. Unico in Europa, l’impianto dell’Enviromental Park della capitale piemontese permette la produzione del preziosissimo gas trasformando gli scarti di lavorazione di formaggio, latte, salumi e avanzi della cena. Il processo sfrutta la naturale e semplicissima fermentazione operata da batteria anaerobici che metabilizzando la sostanza organica presente negli scarti producono idrogeno che potrà essere utilizzato a piacimento. I batteri, autori di un così pregiato lavoro, provendono dai fanghi di depurazione del Consorzio Po Sangone.

Barbara La Licata, membro dello staff che ha realizzato l’impianto, afferma che “all’interno del reattore si avvia un processo di fermentazione al buio in condizioni anaerobiche, cioè in assenza di ossigeno, perché i microrganismi che producono idrogeno vivono in ambiente privo di ossigeno. Sono le condizioni ideali per la loro vita e moltiplicazione. Si cibano ad esempio di saccarosio o di biomasse che noi formiamo e fermentando producono idrogeno oltre a una serie di altri composti”.

L’obbiettivo dell’Enviromental Park ce lo spiega il presidente Bernardo Ruggieri. “Con questo sistema possiamo arrivare allo sfruttamento dell’ottanta per cento del potenziale energetico delle biomasse”.   

L’impianto è finanziato, in parte, dal Ministero della Ricerca Scrintifica ed è unico al mondo se si esclude una apparecchiatura simile in Giappone. E, considerando che le biomasse si trovano in ogni dove, quest’impianto potrebbe essere distribuito su tutto il territorio nazionale e mondiale. Si potrebbe così avere un duplice effetto positivo: contribuire al miglioramento del processi depurativi e produrre energia pulita.

“Siamo in grado di trattare qualsiasi tipo di biomassa, dal legno agli scarti alimentari e soprattutto – precisa Ruggeri – possiamo valorizzarla, producendo idrogeno, metano, bioalcool e biodiesel”.
Il futuro – ancora in là nel tempo – è quello di vedere accanto alle raffinerie di petrolio “gli impianti di biorefining – dice Ruggeri – cioè impianti in grado di ricavare energia pulita dalle biomasse”.

Per maggiori informazioni: envipark.

Migliorato dall’inglese Darren Crowdy il teorema di Schwarz-Christoffel. Potrà essere applicato a forme molto complesse.

Dopo circa 150 anni dalla formulazione del teorema di Schwarz-Christoffel, Darren Crowdy, dirigente del Dipartimento di Matematica Applicata all’Imperial College di Londra, è riuscito a trovare una soluzione che ne permette un uso più completo. L’oggetto del rompicapo risolto dal matematico inglese sono le mappe conformi, tema molto importante della geometria moderna. Di solito, le mappe conformi vengono utilizzati nell’ambito di ricerche che fanno riferimento a sistemi molto complessi i quali, grazie all’equazione di Schwarz-Christoffel, possono essere semplificati.

In pratica, il teorema permette di trasformare un sistema geometrico complesso in un altro meno complesso mappando la superficie originale in una isomorfica. In sostanza trasforma una superficie complessa in una circolare. Nulla di più utile ai ricercatori che hanno cioè la possibilità di studiare sistemi molto complessi riducendoli a sistemi relativamente semplici e comprensibili. L’utilità del teorema sta anche nel fatto che successivamente alle analisi analitiche (come verificare se vi sono punti singolari, zone a maggiore densità, punti con particolari proprietà matematiche) si possono poi riportare i risultati sulla figura originaria.

L’equazione di Schwarz-Christoffel fu elaborata dai due matematici Elwin Bruno Christoffel e Hermann Amandus Schwarz indipendentemente l’uno dall’altro nel 1860 e, da allora, è stata utilizzata da ingegneri e architetti per i calcoli di solidità e stabilità delle strutture edili. Finora però l’equazione non poteva essere applicata quando il progetto in questione prevedeva forme molto irregolari. Il nuovo teorema, riproposto dal matematico inglese, consente invece di superare questo limite e, quindi, di lavorare su una gamma più ampia di oggetti. Matematicamente parlando, le ipotesi sono state indebolite e dunque il teorema è applicabile a un maggior numero di forme. La soluzione sarà pubblicata su Mathematical Proceedings of the Cambridge Philosophical Society.

fonte: http://www.galileonet.it/

Gravia: quando la gravità fa luce. Un concentrato di design e tecnologia realizzato dallo statunitense Clay Moulton.

Gravia la lampada a gravità.Come al solito, purtroppo :-), le idee pù innovative e pù belle arrivano quandi si uniscono tecnologia ed architettura. Clay Moulton, a completamento di un Master in Scienza dell’Architettura, ha pensato bene di creare Gravia, una lampada che non solo fosse bella ma che fosse anche utile. Inoltre, proprio grazie a Gravia, il brillante Multon si è anche piazzato al secondo posto della Greener Gadget Design Competition di New York.

Per chi ama l’energia rinnovabile, Gravia è una lampada che sfrutta la sola forza di gravità. Niente corrente dalla rete elettrica, quindi, solo movimento trasformato in luce. Alta poco pù di un metro, è una colonna di Acrilico che utilizza 10 potenti LED i quali vengono attivati alla lenta caduta di una massa collegata ad un rotore. Garantisce quattro ore di luce per una potenza di 40W.

Secondo Moulton, Gravia garantirebbe luce per 200 anni, se utilizzata otto ore al giorno per tutto l’anno.

Per maggiori informazioni: Core77

Inquinamento da nitrati? Anche gli scarichi civili tra i colpevoli.

Uno studio messo a punto dall’Arpat ha messo in luce gli effetti che gli scarichi civili possono avere sull’inquinamento da nitrati. Una delle principali cause per questo spiacevole fenomeno è l’agricoltura, nello specifico la concimazione. Grazie ad un innovativo sistema di monitoraggio, messo a punto in Italia, è possibile approfondire le conoscenze in questo campo e cercare di migliorare i processi depurativi per limitare questi fenomeni di inquinamento.

Il sistema utilizza inizialmente si basava sulla tecnica Ipsoa (Indice di Pericolo da Nitrati di Origine Agricola) con la Vulnerabilità degli acquiferi realizzata con la metodologia SINTACS, metodo parametrico a punteggi e pesi. Dall’attività di monitoraggio, che ha visto il campionamento in numerosi pozzi della pianura costiera tra Castiglioncello e San Vincenzo (in Toscana), è risultato un fattore di rischio derivante dall’inquinamento da nitrati agricoli abbastanza altro. L’attività dell’Arpat non si è fermata al solo aspetto derivante dall’agricoltura ma ha messo a punto un sistema innovativo, l’Ipnoc che è la valutazione del pericolo da nitrati di origine civile. Il sistema prevede sia le perdite che si hanno nei condotti fognari che gli scarichi non allacciati alla rete. Per la realizzazione del metodo è stato fondamentale il contributo di ASA, che ha fornito in forma digitale tutti i dati sui sistemi fognari, permettendo così l’applicazione di un GIS e la valutazione del pericolo per unità areali di un ettaro.

Ipnoc tiene conto della vulnerabilità degli acquiferi e del fatto che le infiltrazioni fognarie non avvengono in superficie ma ad una profondità che va dal metro ai due metri. Questo aumenta considerevolemente la vulnerabilità degli acquiferi perché si perde l’effetto depurativo del suolo. Nonostante la dimostrazione che dove ci sono scarichi fognari non allacciati ci sia comunque un rischio elevato di inquinamento da nitrati, si ha che l’effetto agricolo è cinque volte quello civile.

per maggiori informazioni: http://www.arpat.toscana.it/news/2008/025-08-risidr.pdf

"Il Girone delle Polveri Sottili, Viaggio nel mondo delle Nanoparticelle tra inquinamento, patologie e interessi finanziari". Il nuovo libro di Stefano Montanari.

Lo abbiamo appena letto sul blog dell’autore, è uscito il suo primo volume sul tema che egli stesso è stato in grado di introdurre nelle nostre coscienze già qualche tempo fa. Citiamo testualmente:

Esce oggi il mio libro “Il Girone delle Polveri Sottili” edito da Macro.

Non ho idea di come lo si possa definire: un po’ la storia della scoperta, un po’ la divulgazione di ciò che la scoperta significa, un po’ i problemi che questa scoperta ha innescato a tutti i livelli, un po’ lo scoperchiare qualche pentola non propriamente appetitosa. Io non mi sono annoiato a scriverlo e spero che non si annoierà chi avrà la pazienza di leggerlo. Una cosa è certa: chi lo leggerà non mi tempesterà pù con le stesse dieci domande.

Stringato e serio nel definire la propria scoperta uno “scoperchiare qualche pentola non appetitosa”. Forse, il nostro Farmacista, ha fatto anche di pù, ha iniziato un percorso formativo ed informativo che ci sta portando verso nuove tecnologie. Tutto nasce da una scoperta e, così come per la questione diossina campana, il mondo accademico sembra ignorare questo importante segnale.

Il nostro corpo assorbe, dall’aria che respiriamo così come dai cibi che ingeriamo, diverse tipologie di elementi, minuscole polveri che, riconosciute come estranee dal corpo, provocano reazioni infiammatorie importanti, talvolta origine di gravi patologie.

Copertina del libero di Stefano Montanari 

Per maggiori informazioni: http://www.macrolibrarsi.it/libri/__il_girone_delle_polveri.php

Vita da astronauti nell'universo radioattivo. Dalla Federico II uno studio su come proteggersi dalle radiazioni.

Uno studio del Prof. Giancarlo Giannella, dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, dal titolo “Frammentazione di ioni pesanti in adroterapia e radioprotezione nello spazio”, introduce il concetto di radioprotezione a favore di chi è maggiormente esposto alle radiazioni del cosmo. Lo spunto ci viene da un bell’articolo appena letto su ricercaitaliana.it.

La principale sorgente della radiazione di alta energia sono i raggi cosmici galattici, ma importanti contributi provengono anche dal vento solare (Fonte: ESA) Nell’articolo si fa riferimento ai rischi connessi alle radiazioni solari, ai quali sono esposti gli astronauti e per i quali, solo ultimamente, si sta tendando di approcciare una qualche forma protettiva. Sembra assurdo ma gli astronauti, così come i calzolai o i meccanici, hanno anche loro la malattia “professionale”, si tratta della cataratta, dovuta alla sovraesposizione agli ioni pesanti di alta energia presenti nella radiazione cosmica galattica. Il problema non si pone tanto quando si è in missione in orbita terrestre bassa (iss) ma quando si è in missione interplanetaria (Luna, Marte, ecc.).

L’obbiettivo dello studio del Prof. Giancarlo Giannella, noto anche come “Prin” è quello di cercare del modelli per la simulazione della frammentazione nucleare. Anche la Nasa è interessata al progetto di ricerca napoletano. L’interesse, comunque, non è solo spaziale. Infatti, una delle principali applicazioni dei fasci con ioni accelerati, si ha anche in campo medico nella terapia del cancro o adroterapia. Con questa metodologia, gli ioni pesanti così pericolosi nello spazio vengono utilizzati per sterilizzare tumori con qualche vantaggio rispetto alla radioterapia tradizionale con elettroni e raggi X. I due campi di ricerca hanno molto in comune.

Per maggiori informazioni: “Frammentazione di ioni pesanti in adroterapia e radioprotezione nello spazio”

"L'aria che respiriamo non è né di destra né di sinistra", con queste parole inizia l'interessante dibattito promosso dall'IISE.

Si comincia con una breve introduzione richiamando un evento che quattro anni fa, proprio nel Palazzo Palumbo di Giugliano (sede del convegno e sede dell’iise), vide per la prima volta la presentazione di uno studio sugli effetti che i rifiuti hanno sulla salute umana. Quattro anni sono passati senza che ci sia stata chiarezza su questi aspetti. “L’aria che respiriamo non è né di destra né di sinistra” conclude il relatore prima di introdurre il video di Pino Faiello, il riferimento è alla classe politica che troppo spesso si tira indietro davanti a responsabilità oggettive e sacrosante.

Il video di Faiello è significativo ma non manifesta nulla di nuovo. Ci si ritrova, come sempre ultimamente, a vedere le immagini della nostra terra, le nostre discariche abbandonate, la nostra valle delle Piramidi. Fa effetto, comunque, ascoltare la voce dei contadini, delle persone che nascendo in quella terra hanno assaporato la natura e la fertilità di quei luoghi per poi viverne l’insensato annientamento. Si potano gli alberi a pochi metri dalle “balle”, si guardano le piante secche e non ci si crede. Come può una terra che era il polmone di Napoli, diventarela pattumiera d’Italia. “L’acqua di questa terra l’abbiamo sempre bevuta senza paura – urla un contadino con le mani consumate dalla fatica, ed aggiunge – questa che vedete è una vera bomba atomica”. Il video, pieno di effetti psichedelici e di luci contrastanti, viene accompagnato da strani suoni, una scelta del giovane regista che vuole sicuramente accompagnare l’assurdità ed il contrasto che vive la nostra terra in questa lunga odissea chiamata “emergenza rifiuti”.

Il primo a parlare (e l’unico che riusciamo a sentire, visti i tempi lunghissimi del convegno) è il colonnello Gianpiero Angeli, ex ufficiale dell’esercito e ora parte dell’assise di Palazzo Marigliano. Il suo non è un contributo tecnico, né tantomeno istituzionale. Angeli è semplicemente un cittadino che per questioni personali ha iniziato un percorso informativo che, grazie ad internet, l’ha portato ad essere uno dei maggiori esperti della nostra emergenza e dei suoi lati bui.

Si parte dall’attuale disposizione delle discariche sul nostro territorio e la prima cosa che ci balza alla vista è che la maggiorparte dei siti di conferimento dei rifiuti, abusivi e non, si trovano in corrispondenza delle zone agricole di Napoli e Caserta, mentra il salernitano viene lasciato quasi completamente libero. Come a voler sottolineare dei confini territoriali e lo stretto legame che c’è tra alcuni contadini e le attivita ecomafiose. Basti pensare che nel 2001, Napoli e Caserta erano già sature. Un’altro aspetto molto interessante è l’assenza assoluta di qualsiasi bonifica. L’opera dello stato e delle istituzioni direttamente interessate, quando le cose vanno bene, si ferma alla semplice messa in sicurezza. In pratica, si recinta la zone (alla men peggio) per poi lasciarla abbandonata a se stessa in attesa di chissà quale miracolo.

Segnaliamo che nella sala è presenta anche una giornalista di Bruxelles venuta per intervistare Raffaele Del Giudice e la signora Bruna Gambardella, una delle persone intossicate dalla diossina.

Uno dei mali maggiori di tutta questa vicenda, afferma il colonnello, è che ci sono persone che ancora oggi affermano che chi vive in questa terra, a contatto perenne con le discariche abusive, non ha nessun problema di salute. Non c’è nessuna correlazione tra la pessima e criminale gestione dei rifiuti e le malattie tumorali delle quali ci si ammala frequentemente. All’intervento del colonnello, si aggiunge anche quello dell’oncologo Marfella che reputa criminale la volotà di chiudere le bocche alle persone che vogliono denunciare la propria malattia. Come è criminale non dare eco a notizie molto significative, come la notizia che l’Asl Ce2 ha bloccato la produzione di latte perché contaminato, riportata in sole tre righe da Repubblica.

Si fa anche riferimento al caso emblematico delle pecore del signor Canavacciulo, che ha visto l’annientamento del proprio gregge. Migliaia di pecore abbattute perché inquinate dalla diossina è lo stesso allevatore è malato di tumore. Ormai di pecore non ce ne sono pù nella zona di Acerra, dove prima c’erano numerosi pascoli ora ci sono numerosi casi sospetti di tumore. “È strano – afferma il dott. Marfella – come sia possibile non raccogliere questo segnale”. E si, perché le pecore, essendo animali che oltre a mangiare l’erba mangiano anche una certa percentuale di terreno, sono i primi soggetti indicatori di quanto possa essere malsana la natura di quei pascoli. Ormai di pecore non ce ne sono pù e con esse è stato abbattuto anche uno dei maggiori strumenti di monitoraggio. “Ricompriamo le pecore agli allevatori – conclude Marfella – almeno così riusciremo a capire se la situazione peggiora o meno”.

L’analisi del colonnello Angeli, si conclude con i metalli pesanti e le PCB che, in seguito a misurazioni che ha fatto a sue spese, sono anche pù presenti delle diossine. Dalle analisi, risulta una presenza di PCB molto elevata nell’organismo di alcuni individui che vivono nelle zone interessante dal maggiore inquinamento. Pensate che la legge impone l’abbattimento degli animali che superano una valore di PCB di 1 microgrammo/kg, secondo questa logica, parte di quelle persone dovrebbe essere abbattuta.

In pratica, conclude il dott. Marfella, basterebbe fare le analisi ad un campione di almeno 200 individui e, considerando che queste analisi costano circa 1500 euro, servirebbero solo 300mila euro per dare un forte segnale alle persone che si ostinano a dire che nella nostra terra non si muore per i rifiuti.

Ottimizzare la gestione dei rifiuti solidi urbani significa ridurre le emissioni di gas serra. Vediamo come.

Vogliamo iniziare un percorso, tra l’altro già iniziato con i due articoli sull’effetto della termovalorizzazione in termini di emissioni di CO2, che porterà a comprendere quanto e come l’ottimizzazione dei processi di trattamento degli RSU possa ridurre le emissioni di gas serra a livello globale. Come già visto negli articoli prima citati, una seria ed ottimale gestione dei rifiuti, può addirittura portare ad un bilancio negativo di CO2.

Nel 2010 si stima che la produzione di RSU nell’EU-27 possa raggiungere i 290 milioni di tonnellate, con un ulteriore incremento a 336 milioni di tonnellate per il 2020. Anche la produzione procapite di rifiuto è in crescita, nel 1990, nei 27 paesi che ora compongono la UE-27, un cittadino produceva 460 kg di rifiuti all’anno, nel 2004 un cittadino europeo ne produceva 520 kg. Nel 2020 si stima che la produzione di rifiuti possa arrivare alla cifra di 680 kg a persona.

Questi dati fanno riflettere su quanto i rifiuti possano essere un serio problema se non gestiti nel modo migliore. Oggi si ha una produzione molto minore di quella che si potrebbe avere nel 2020 e, nonostante questo, ci sono notevoli difficoltà nella gestione. Basti guardare alla Campania per rendersi conto di cosa potrebbe accadere tra qualche anno.

Sempre dalle stime, si ipotizza che nel 2020, circa il 34% dei rifiuti sarà ancora smaltito in discarica, mentre il 42% sarà riciclato ed il 23% incenerito. Recentemente, eurostat ha pubblicato dei dati che correggono in eccesso le stime. Infatti, per l’EU-27, si stima che nel 2020 il 41% prenderà la strada della discarica controllata. Ovviamente, questi dati sono fortemente influenzati dagli assetti politici e di gestione che si potranno avere nel tempo.

Anche se la produzione di rifiuti aumenta, le emissioni di gas serra derivanti dalla gestione degli RSU sono in diminuzione. Nel 1980 si aveva un valore netto di 55 milioni di CO2eq emessa per anno, nel 2020 si prevedono 10 milioni di CO2eq. Il dato è comunque impressionante perché i gas serra derivanti dai RSU rappresentano il 2,6% delle emissioni totali dell’EU-15.

Per stimare le emissioni di gas serra bisogna sommare le emissioni dirette (discariche, inceneritori, processi di riciclaggio e trattamento) e le emissioni indirette derivanti dall’energia e dei prodotti secondari che nsacono quando si inceneriscono i rifiuti. Le emissioni indirette comprendono anche una componente di CO2 che viene emessa dalle discariche quando dal biogas recuperato si genera energia.

RSU e CO2

 Nella figura è mostrato l’andamento delle emissioni di CO2 in funzione dell’incremento della produzione di RSU. Inoltre, è rappresentata anche la quantità di RSU conferito in discarica. Si può facilmente notare che nel primi anni ottanta, anche se la produzione di RSU era minore di oggi si avevano maggiori emissioni dovute essenzialmente alla cattiva gestione che si faceva all’epoca. Per il futuro, anche se la produzione sarà notevolemnte aumentata (raddoppia), grazie alla tecnologia ed alla sensibilità acquisità, le emissioni di gas serra potranno drasticamente diminuire.

fonte: Municipal waste management and greenhouse gases – Prepared by: Mette Skovgaard, Nanja Hedal and Alejandro Villanueva – European Topic Centre on Resource and Waste Management and Frits Møller Andersen and Helge Larsen - Risoe National Laboratory, Technical University of Denmark – DTU – 31 January 2008

"Diossina e metalli pesanti nell'area a nord di Napoli", sabato 8 Marzo il dibattito all'IISE.

Si svolgerà sabato 8 marzo, alle 17.30, il dibattito promosso dall’Iise e da Legambiente sul tema “Diossina e metalli pesanti nell’area a nord di Napoli”. Apre i lavori il sindaco Francesco Taglialatela. Introduce il dibattito, che segue la proiezione del video “Inquinati” (curato da Pino Faiello), il responsabile di Legambiente Giugliano Vincenzo Micillo.
Intervengono: Raffaele Del Giudice, direttore generale Legambiente Campania, lo psichiatra Gennaro Esposito, selegato Assocampaniafelix, l’oncologo Antonio Marfella, il colonnello Giampiero Angeli, assise palazzo Marigliano.
Porterà la sua testimonianza Bruna Gambardella, una donna “intossicata dalla diossina”.COMUNICATO STAMPA

L’Iise, Istituto Italiano per gli Studi Europei, è una fondazione costituita nel 1998 insieme con l’avvocato Gerardo Marotta, Presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Per maggiori informazioni www.iise.it

Le emissioni di gas serra della Termovalorizzazione (2).

Nel primo contributo, ci siamo fermati all’analisi delle emissioni di gas serra a livello globale accennando alla rivoluzione (se proprio così la si vuol chiamare) introdotta dal protocollo di Kyoto. Una prima conclusione alla quale siamo giunti ci porta a dire che il protocollo, così come redatto, non ci porterà da nessuna parte. Sempre prendendo spunto dalla una relazione dell’Ing. Andrea Forni, vogliamo concludere il nostro discorso spostando l’attenzione sul contributo che la termovalorizzazione dei rifiuti apporta alle emissioni dei gas serra.

Incenerire i rifiuti è una pratica molto comune soprattutto nel nord Europa, basti pensare che il primo impianti costruito in Germania risale alla fine del 1800. Gli impianti di ultima generazione permettono di recuperare energia sia sottoforma di calore (di solito utilizzato nel Teleriscaldamento) e di elettricità (che può essere immessa nella rete elettrica). Uno dei punti di forza degli inceneritori è che permettono una considerevole riduzione del volume dei rifiuti, anche se questa riduzione è sempre accompagnata da una serie di effluenti sia gassosi che liquidi che vanno opportunamente trattati.

Alla metà degli anni settanta, una tonnellata di RSU produceva 280 KW di eneregia elettrica e 360 di energia termica, con un rendimento del 19% che permetteva un risparmio di 0,07 tep (tonnellate equivalenti di petrolio) di energia fossile. Gli impianti di ultima genererazione (WTE), permettono una produzione di energia elettrica e termica rispettivamente di 800 e 360 KW, con un rendimento del 31% ed un risparmio in termini di energia fossile di 0,17 tep.

Ovviamente, l’analisi appena fatta non è completa, perché alla riduzione delle emissioni per effetto della energia fossile risparmiata dobbiamo sommare le emissioni che si hanno dall’impianti di trattamento termico. Solo se questo bilancio è positivo possiamo affermare che questa tecnica è utile al 100%. Per poter fare due conti, senza entrare troppo nello specifico, facciamo una importante anche se discutibile considerazione.

l’anidride carbonica prodotta da questi impianti e derivante dalla frazione biologica di carbonio, non contribuisce all’effetto serra.

Le ragioni di una così forte affermazione vanno lette in un’analisi logica del problema e delle sue origini. Se facciamo un’analisi elementare del rifiuti, possiamo suddividere la frazione di carbonio in due famiglie: quella di origine biologica (contenuta nelle piante, nei fiori, nei tessuti ecc.) e quella di origine fossile (contenuta nelle plastiche, nella gomma, nelle resine, ecc.). Quando bruciano, entrambe le famiglie vengono ossidate producendo la famigerata anidride carbonica, ma la parte di carbonio appartenente alla famiglia biologica, che viene prodotta naturalmente per effetto della sintesi colofilliana, tornerebbe comunque sottoforma di CO2 tramite i processi di degradazione che la natura stessa è capace di fare. Quindi, gli apporti di CO2 di questa famiglia non viene considerata nel calcolo delle emissioni di CO2 equivalente. Considerazione discutibile ma riconosciuta dalla comunità scientifica. In definitiva, per il calcolo delle emissioni di CO2, derivanti dalla conbustione dei rifiuti, si prende in considerazione solo la parte di carbonio che ha origini fossili.

Fatta questa importante premessa, possiamo affermare che:

(1) t CO2 emesse = t C elementare 3,667 (per capirlo basta fare 12 /44);

La letteratura è solita assegnare un rapporto di 1/3 tra carbonio fossile e carbonio totale, per cui si ha che:

(2) t CO2 da rifiuti = 1/3 t CO2 emesse;

Per avere un bilancio corretto dobbiamo considerare anche le emissioni di metano utilizzato per far funzionare l’impianto:

(3) t CO2 metano = PCH4 Fe Fossi, dove:
PCH4 è la portata di metano bruciata;
Fe è il fattore di emissione, pari a 1,966 t CO2 / 1000 Stm3;
Fossi il fattore di ossidazione, pari a 0,995;

Vediamo di calcolare la quantità di CO2 che non si è prodotta grazie alla produzione di energia elettrica che l’impianto ci consente di ottenere. In pratica calcoliamo la quantità di CO2 che non viene emessa perché viene risparmiata una parte dell’energia fossile che di norma si utilizza.

(4) t CO2 non emessa = Eel prodotta Fe;

Dai dati che ci fornisce l’Enel si ha che:

(5) Fe = 500 kgCO2 / MWhel;

Lo stesso vale per l’energia termica:

(6) t CO2 non emessa = Eter prodotta Fe,caldaie;

Fatte queste considerazioni analitiche, i dati che ci fornisce la relazione dell’Ing. Forni sono eloquenti  e sicuramente a vantaggio degli impianti di incenerimento. Infatti, nella relazione si legge che nella metà degli anni settanta, dalla comustione di 1 t di RSU l’impianto di incenerimento produceva 150 kg di CO2eq in pù dei tradizionali sistemi. Con gli impianti di ultima generazione (WTE), invece, il segno è completamente invertito, l’incenerimento di 1 t di RSU produce 110 kg in meno di CO2eq rispetto agli impianti tradizionali.

Le conclusioni sono anch’esse discutibili ma, se confermate dai numeri, fanno davvero riflettere.

Le emissioni di gas serra della Termovalorizzazione (1).

La premessa. Questi che vi proponiamo, sono due articoli tratti da alcune considerazioni lette in una relazione dell’Ing. Andrea Forni sulle emissioni di CO2 che si hanno all’interno di un impianto di Termovalorizzaione. In questo primo contributo ci soffermiamo sulle premesse, mentre nel secondo (di prossima pubblicazione) faremo riferimento ai dati relativi alle effettive emissioni degli impianti di trattamento termico degli RSU.

Emissioni gas serra KyotoLe emissioni. È impressionante notare che negli ultimi 1000 anni si sia avuta una impennata spaventosa delle emissioni di CO2. Basti pensare che nel lontanissimo 900 si emettevano appena 270 ppmv (parti per milione volumetriche), valore restato costante fino al 1800 (per quasi mille anni, quindi), dove l’essere umano ha cominciato a produrre (e quindi a consumare). Dal 1800 ad oggi si è passati dalle 270 ppmv alle attuali 370 ppmv. [Fonte: Environment Canada, 2004].

Le cause e le soluzioni. Le principali cause di queste emissioni sono da leggersi nel consumo, ormai spropositato, di combustibili fossili e nella scellerata attività di deforestazione che ogni anni siamo capaci di perpetrare. Con l’ormai inflazionato protocollo di Kyoto si sta cercando (molto a rilento, direi) di invertire questa tendenza. Per il periodo che va dal 2008 al 2015, alcuni paesi industrializzati, si impegnano a ridurre le emissioni di gas serra del 5% rispetto ai valori emessi nel 1990. L’UE, che ha ratificato il protocollo nel 2002, si impegna ad una riduzione dell’8%. Sembra assurdo ma, nonostante la partecipazione dell’Europa e di numerose nazioni indrustrializzate, l’accordo non è potuto entrare in vigore finché la Russia non lo ha ratificato. Infatti, USA e Australia ancora oggi sono fuori dal protocollo che, per fortuna, è entrato in vigore nel febbraio del 2005.

Kyoto. Kyoto non è solo un accordo siglato sulla carta, ma è un vero e proprio strumento che insegna e guida le nazioni al raggiungimento dei propri obbiettivi di riduzione. Il protocollo mette a disposizione diversi strumenti e incentivi, tra i quali l'”Emission Trading“, che è uno strumento che premia le attività che hanno emissioni minori rispetto a quelle preventivate e che dà la possibilità di commerciare crediti da emettere verso altre nazioni; la “Joint Implementation“, che permette, alle imprese delle nazioni indistrializzate, di fare fronte comune per facilitare le riduzioni; il “Clean Development Mechanism“, che è indirizzati ai paesi in via di sviluppo.

In Italia. In Italia, nel 1990, si emettevano circa 520 Mt di gas serra, nel 2004 si è arrivati a 582 Mt con un incremento, quindi, di circa 62 Mt (il 12% in pù rispetto al 1990). Volendo rispettare gli obbiettivi che il nostro paese si è prefissato, le emissioni nel 2004 sarebbero dovute essere di 458 Mt, con una riduzione del 6.5% rispetto al 1990. È inutile sottolineare che all’aumentare della produzione nazionale (PIL) si ha un’inevitabile incremento della CO2 emessa, quasi a sottolineare che, con l’attuale sistema produttivo, non si può crescere senza emettere pù CO2.

I responsabili. Volendo considerare i settori responsabili delle emissioni, si ha che il maggiore indiziato è il settore energetico, che da solo contribuisce per circa l’80% delle emissioni, per quanto riguarda il trattamento dei rifiuti, si ha un contributo del 3.4%. Analizzando la tendenza, invece, si nota che l’incremento che si è avuto può essere imputato al settore energentico, essendo gli altri rimasti pù o meno costanti nel tempo.

Prima conclusione. Da questi pochi ed approssimati dati si può trarre già una prima e secca conclusione. Anche se ci stiamo appoggiando ad un’analisi non nostra, ci reputiamo uno strumento indipendente, composto da persone “esperte almeno didatticamente” e ci permettiamo di fare alcune affermazioni. Così come ratificato, il protocollo di Kyoto non ci porterà da nessuna parte. Non è possibilie ridurre le emissioni senza modificare considerevolemnet le nostre abitudini. Voler vivere e consumare ai ritmi odierni e, contemporaneamente, ridurre i gas serra è come voler mangiare il brodo con la forchetta: proprio non ci si riesce. L’unica nota positiva di Kyoto è l’aver messo sul tavolo comune di molti paesi le premesse per una seria considerazione del problema che, finché ci sarà petrolio sulla terra, non potrà essere superato. Nel prossimo articolo ci soffermeremo sugli effetti che il trattamento termico dei rifiuti apporta alle emissioni.

Mentre, dopo 14 anni di commissariamento, in Campania si muore di mal di monnezza, a Pisa si fa la dissociazione molecolare.

Non siamo di parte, anzi, vogliamo essere imparziali semplicemente perché facciamo gli ingegneri e non i politici, ma giusto un accenno alla notizia del rinvio a giudizio del nostro governatore è doveroso farlo. L’incompetenza, nel mondo del lavoro, viene sempre pagata a caro prezzo. Se quando si sbaglia o si toppa alla grande si è fortunati si viene semplicemente licenziati, spesso però si è costretti a cambiare mestiere. Strano è che nel mondo della politica questo metro non viene mai utilizzato e i colpevoli di scempi e di disastri come quelli che la Campania vive in questo periodo (lungo 14 anni) hanno ancora il coraggio di restare al proprio posto, beffardi e prepotenti. Facce toste, potremmo dire, anche se loro sono molto pù furbi dei cittadini che li hanno votati.

Rifiuti da smaltireComunque, il motivo di questo scritto è un altro, anche se alla fine si fonde con le considerazioni di cui sopra. Stiamo da anni – a me sembrano millenni – a discutere su come risolvere, anche solo parzialmente, la nostra tragedia. Spesi miliardi di euro, la situazione è anche peggio di quanto di potesse immaginare e proprio mentre la giustizia comincia la sua corsa contro il tempo a qualche centinai0 di chilometri da noi si fa sul serio. Per chi non lo sapesse, tra qualche mese, nella discarica di Peccio di Pisa sarà installato il primo impianti di dissociazione molecolare che produrrà il “syngas”, un gas di sintesi prodotto dalla dissociazione di alcune molecole.

L’obbiettivo dell’azienda che gestisce la discarica pisana è quello di testare il piccolo impianto (costato appena 300mila euro) per verificare se ci sono le basi per installare un sistema su larga scala. Per ora saranno trattate solo quattro tonnellate di rifiuto al giorno. Un buon inizio per un sistema che potrebbe essere una valida alternativa all’incenerimento.